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giovedì 9 giugno 2016
mercoledì 27 gennaio 2016
Words are pale shadows of forgotten names. [Patrick Rothfuss]
Mi piace leggere, scrivere, parlare e ascoltare un concetto espresso in una lingua comprensibile.
Sono capace di apprezzare qualche virtuosismo linguistico, un gioco di parole, persino delle licenze poetiche di tanto in tanto.
Soprattutto, però, trovo che la lingua abbia uno scopo, e questo scopo è: veicolare un messaggio il più chiaramente possibile.
Un dettaglio non trascurabile, nell'affermare quanto sopra, è che trovo anche che sia importante adeguare il registro linguistico all'occasione. Inutile, per capirsi, parlare come un avvocato quando si vuole comprare un chilo di pere dal fruttivendolo.
Ora, se leggo una ricetta, cosa mi interessa? Mi interessa sapere quanto di quale ingrediente utilizzare, e come unirlo agli altri? O sono disposta a rinunciare alla correttezza di tali informazioni in favore di una pagina scritta con linguaggio aulico o pretenzioso?
Tu, che scrivi ricette su internet per spiegare alle persone come si prepara la salsa tonnata! Credi che mi faccia piacere, o che la mia opinione di te si elevi, se infili espressioni come densa fluidità, per poi fornire una lista di ingredienti necessari con una quantità di olio fuori da ogni concezione? Che se uno solo prova a metterne la metà di quanto indicato, poi deve raddoppiare la dose di tonno per avere una "cosa" comunque troppo liquida? Ma perché non impieghi il talento dove è necessario e non dove è superfluo?
Sì, oggi mi irrito a caso per delle scemenze inutili. Qualcosa in contrario?
lunedì 16 novembre 2015
I see a choice, love or fear? [Shawn Gallaway]
È stato un pensiero un po' strano, considerando che non ho ancora capito come trasferirmi in un mondo parallelo, e quindi svegliarmi in questo era quantomeno inevitabile.
Quello che mi ha rimesso il sorriso sulle labbra è stato pensare alle cose belle, ai miei amici, alle persone a cui tengo, ai regalini, ai bigliettini, alle sorprese che sto preparando per loro.
Una canzone (Christmas Song, Vince Gill) dice: Let there be peace on earth / And let it begin with me [ovvero: Che ci sia pace sulla terra / E che cominci da me]. Ecco, in parole più poetiche e universali questo è il concetto che mi ha aiutato ad alzarmi dal letto stamattina con un sorriso, magari non del tutto convinto, ma sincero.
La canzone da cui invece è tratto il titolo di questo post è poco più giù.
E sono perfettamente consapevole del fatto che un terrorista se mi vede spara, non si ferma a chiedersi chi sono e se gli voglio tanto bene. Ma la differenza che posso fare nel mondo, la devo fare intanto che sono viva.
E sono perfettamente consapevole che i morti ci sono in tutto il mondo, tutti i giorni, e non solo a Parigi. Sì, lo so. E so anche che tu, che mi rinfacci questo, non sei più intelligente degli altri perché affermi queste verità sacrosante. Perché poi, se in guerra o in un incidente, in cui sono morte tante persone, muore anche qualcuno a te caro, sono sicura che non piangi uguale per tutti. O forse, per coerenza, non piangi neppure per la persona cara - visto che non metti il tricolore francese alla finestra perché altrimenti allora dovresti metterlo anche per tutti gli altri. Giusto, perché fare preferenze? Fregatene pure di tutti, così non fai torto a nessuno.
(Chiedo scusa, ma dopo due giorni trascorsi a sentire e a leggere veramente di tutto, mi sale il veleno).
I can see laughter, or I can see tears
I see a choice, love or fear
What do you choose?
I can see peace, or I can see war
I can see sunshine, or I can see a storm
What do you choose?
Posso vedere risate, o posso vedere lacrime
Vedo una scelta: amore o paura
Cosa scegli?
Posso vedere la pace, o posso vedere la guerra
Il sole che splende, o una tempesta
Cosa scegli?
Now I choose to live with freedom flying
From my heart, where the light keeps shining
I choose to feel the whole world crying
For the strength that we can rise above
I choose Love
I choose Love
Ora scelgo di vivere lasciando la libertà
Volare fuori dal mio cuore, dove c'è sempre luce
Scelgo di accorgermi che il mondo chiede gridando
La forza per risollevarsi
Scelgo l'amore
Scelgo l'amore
I can see sharing, or I can see greed
I can see caring, or poverty
What do you choose?
I can see gardens, or I can see bombs
I can see life, or death
Coming on strong
What do you choose?
Posso vedere condivisione, oppure avidità
Posso vedere attenzione, o povertà
Cosa scegli?
Posso vedere giardini, o posso vedere bombe,
Posso vedere vita, oppure la morte
Che si afferma con violenza
Cosa scegli?
I see us healing, the darkness dying
I see us dawning, as one world united
So what do you choose?
Love or fear
Oh, we choose
Vedo che insieme ci guariamo, e l'oscurità muore
Vedo che insieme risorgiamo, come un unico mondo
Quindi cosa scegli?
Amore o paura?
Oh, scegliamo
Now I choose to live with freedom flying
From my heart, where the light keeps shining
I choose to feel the whole world crying
I choose to feel one voice rising
I choose to feel us all united
In the strength that we can rise above
I choose Love
I choose Love
Ora scelgo di vivere lasciando la libertà
Volare fuori dal mio cuore, dove c'è sempre luce
Scelgo di accorgermi che il mondo chiede gridando
Scelgo di sentirci tutti uniti
Nella forza, e potremo risollevarci
Scelgo l'amore
Scelgo l'amore
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martedì 27 ottobre 2015
Thou shalt not suffer a witch to live. [Exodus 22:18]
Ma è possibile, ogni anno la stessa storia? Nessuno si stufa? Ancora con Halloween non ci appartiene, è un'americanata, è la festa del demonio, è di cattivo gusto, è macabro, eccetera...
Una volta, per una volta almeno: se pensate queste cose perdete un po' di tempo e cercate su Internet qualche informazione a riguardo.
Non sarà difficile scoprire che il culto dei morti è una tradizione diffusa in tutte le culture, compresa la "vostra".
Non voglio mettermi a fare la ricerca al posto di nessuno, anche perché se no poi mi venite a dire che ho scelto io cosa mostrare. Solo un piccolo input, una pagina innocua come quella su Wikipedia.
Siamo nel XXI secolo, ma mi rendo conto che tanta, tantissima gente ha ancora una paura pazzesca di quel che non conosce, e preferisce nascondersi dietro a un crocifisso, che spesso tra l'altro non considera mai, piuttosto che crescere, pensare, imparare. Se Halloween è la festa della paura, allora è la loro festa, eheheh.
A proposito, mi è tornato in mente un episodio, accadutomi diversi anni orsono. Parlavo con una conoscente, che in quel periodo stava vivendo una situazione un po' difficile: il marito era rimasto senza lavoro, lei aspettava un bimbo e ne avevano già uno di un paio d'anni. Per qualche mese l'uomo aveva trovato lavoro in sostituzione di una donna andata in maternità, ma la donna stava per rientrare. Poi un bel giorno, la svolta. La mia conoscente mi confidò: "Sai, non sapevamo proprio come fare, così abbiamo pregato Dio e Lui ha agito! La donna che rientrerà dalla maternità aveva un collega, che improvvisamente è morto! Così mio marito potrà prendere il suo posto, con un contratto a tempo indeterminato! Pensa che bello: Dio trova sempre il modo di prendersi cura di noi!"
Confesso di essere rimasta agghiacciata e senza parole di fronte a questa esternazione. Ma forse il problema era (ed è) solo mio, che evidentemente sono una Senza-Fede.
Ad anni di distanza, ho voglia di riproporre la stessa conversazione in una chiave differente: "Sai, non sapevamo proprio come fare, così abbiamo aspettato una notte di luna piena, siamo andati nel bosco e abbiamo danzato, poi abbiamo acceso delle candele alla Dea per ogni giorno, finché Lei ha agito! Il collega è morto, e mio marito ha il posto di lavoro!"
Non so, è molto diverso? Che effetto farebbe?
Mascherare alcune feste e culti in modo da renderli più socialmente accettabili è una pratica ancora in vigore.
martedì 1 settembre 2015
If you're happy and you know it...
Sono una Persona Felice.
Ho questo dono, questa fortuna, questa qualità caratteriale, questa malattia, chiamatela un po' come volete. Sono io, sono fatta così.
Questo non vuol dire, come alcuni invece danno per scontato, che dalla vita ho avuto tutto quello che desideravo, che tutto mi va bene sempre, che sono circondata 24/7 da cuoricini, arcobaleni e mini-pony.
Sì, lo so, che c'è chi mi guarda e pensa, Certo, con la vita che fa...! Con la vita che faccio? E cosa ne sai tu, di grazia, della vita che faccio? Cosa vedi? Cosa giudichi? Vedi che faccio determinate cose e mi vedi felice. Non vedi altre cose che (non) faccio, non sai le cose che faccio e che sono un peso per ragioni che tu neppure immagini.
E quella volta che magari mi mostro con un sorriso un po' spento, arriva persino l'indignazione: Ma come, con tutto quello che hai! La famiglia, la casa, le soddisfazioni...! E come sai tu, che quelle che giudichi soddisfazioni lo sono anche per me? Cosa ne sai dei sogni bruciati, di quelli seppelliti in un cassetto di cui non c'è neanche più la chiave, delle delusioni? Sai tu quante volte ho stretto i denti, e quanto stretti li ho tenuti? E se li avessi anche adesso, i denti stretti? Per superare una fase, una situazione, un'infelicità della quale tu non sai niente, e neppure ti interessa, perché mi vedi sorridere e credi che mi vada tutto bene.
Io sono felice. Non ho la felicità. Sono due cose diverse.
Posso essere felice anche quando intorno a me c'è troppa poca luce, perché la mia felicità non deriva da cosa possiedo, da cosa faccio, o da chi ho intorno. Certo: ci sono persone che mi rendono felice, e ci sono cose che mi fanno stare bene. Questo non significa che io non possa sorridere anche quando sono circondata invece da persone che non mi rendono felice, o che mi ritrovo a fare cose che non mi fanno stare bene.
Se invece che giudicarmi, nel bene o nel male, guardassi un po' di più alla tua vita, chissà. Magari scopriresti che anche tu sei capace di essere felice.
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lunedì 15 giugno 2015
Prejudices are most difficult to eradicate from the heart whose soil has never been loosened or fertilised by education. [Charlotte Brontë]
Cioè.
Ma davvero ci sono quelli che si indignano perché al gay pride erano presenti bambini e ragazzini agghindati con la bandiera arcobaleno e i capelli colorati?
E davvero giustificano la propria indignazione sollevando cori di è immorale imporre queste cose ai bambini, che non sono liberi di scegliere?
E davvero queste stesse persone battezzano i propri neonati, e scatenano battaglie astiose nei confronti di chi vorrebbe inserire i valori di uguaglianza tra i sessi e non discriminazione nel programma educativo dei suddetti bambini?
E davvero sono sempre queste le persone che sbraitano di venire discriminate quando non viene loro apertmente concesso di insultare e demonizzare chi è diverso da loro?
C'è quindi da pensare che, sempre costoro, vogliano sentirsi liberi, a casa propria e fuori, di inculcare ai bambini altri concetti, quando loro ancora non sono liberi di scegliere.
Per queste persone è quindi sbagliato insegnare ai bambini a rispettare gli altri esseri umani indipendentemente dal loro sesso e dalle loro preferenze nella scelta di un partner, ma è giusto insegnare loro che le femmine devono fare le femmine e i maschi devono fare i maschi, e che quelli che amano una persona dello stesso sesso sbagliano e non hanno diritto di fare parte della società.
Coerenza, questa sconosciuta. Umanità... meglio andare a cercarla su un altro pianeta.
venerdì 5 giugno 2015
Women who seek to be equal with men lack ambition. [Marilyn Monroe]
In quest'ultimo periodo si fa un gran parlare del "gender", parola che genera un sacco di paure e che ormai fa spavento anche a me a causa di tutto quel che le persone impaurite sono state in grado di imputare alla parola.
Mi domando perché l'idea che un individuo scelga liberamente in che modo comportarsi generi paura o ribrezzo.
Mi domando quale tipo di persona venga effettivamente sconvolta dal pensiero che esistano esseri umani che vogliono vivere la propria vita fuori dagli schemi prestabiliti.
Si dice che le regole sono state fatte per servire le persone e non il contrario.
Ammettiamo pure che gli schemi siano stati creati per aiutare le persone a orientarsi: gli abiti e le mode maschili e femminili mi aiutano a riconoscere di che sesso è la persona che mi trovo davanti, così da poter capire se posso usarla per la riproduzione della specie o no.
...
Eh?
Non so: così a bruciapelo ho l'impressione che a essere confuse siano le persone che si scagliano contro l'idea di libera interpretazione della propria natura.
Cioè: ma veramente hai bisogno che un essere umano con attributi fisici di sesso femminile si vesta e si comporti secondo modelli che tu consideri "da femmina" (e viceversa che un essere umano con attributi fisici di sesso maschile si vesta si comporti secondo modelli che tu consideri "maschili") perché altrimenti non ci si capisce più niente e il mondo va a rotoli?
Hai bisogno di essere sicuro se davanti a te hai un maschio o una femmina ... esattamente perché?
Forse perché nel tuo personale database sono custoditi importanti stereotipi a cui fare riferimento per decidere come comportarti? Tipo, non so, facciamo l'ipotesi che una donna riconosca di avere di fronte a sè un maschio durante un colloquio di lavoro. Magari non è molto preparata per la posizione, però sa che nella mente di un maschio ci sono solo tette, quindi pensa bene di aprire un po' la camicetta e rivolgergli sorrisi ammiccanti. Quando poi il responsabile del personale la giudica in base alle sue capacità e non in base alle sue tette, lei se la prenderà a male e penserà che è gay. E magari lo è, ma come si permette di nascondersi dietro un corpo e degli abiti da uomo?!
Io quasi quasi pensavo che con millenni di evoluzione alle spalle potessimo finalmente essere in grado di riconoscere che siamo tutti persone, che siamo tutti diversi e che abbiamo il diritto di odiare le scarpe anche se siamo nate femmine, o di amarle anche se siamo nati maschi. Penso che sia solo pigrizia da parte di molti, e malafede da parte di altri, il fatto di voler per forza convincere il mondo che sia giusto adottare marcatori e separazioni nette.
Per fortuna ho anche l'impressione che certe idee, a forza di ripeterle, si stiano consumando ("questo è un lavoro da uomo!" ; "le donne hanno un istinto naturale con i bambini" ; "solo una coppia con un babbo e una mamma può allevare i figli in maniera sana!") ma temo ci vorrà ancora un po' di tempo, perché la tendenza al livellamento verso il gradino più basso della scala evolutiva porta questi cambiamenti a essere particolarmente faticosi.
Poi ci sono quelli che superano la fase primordiale e affrontano il tema sociale: Accettare certi cambiamenti, in una società organizzata e basata su determinate premesse, significa sconvolgere un'intera civiltà, e chi può prevedere le conseguenze?
... E quindi?
Certo, ci sono state serie conseguenze per i padroni delle piantagioni di cotone in cui lavoravano centinaia di schiavi neri, una volta che la schiavitù è stata abolita, i bambini di colore hanno iniziato ad andare a scuola e, una volta cresciuti, a sposarsi con i bianchi.
Ci sono state conseguenze quando le donne hanno ottenuto il diritto al voto, il diritto alla proprietà di beni, il diritto a chiedere e ottenere il divorzio.
Ci sono state conseguenze anche quando sono state introdotte le macchine per svolgere certi lavori che prima spettavano a esseri umani. O quando, per dire, hanno inventato gli antibiotici.
Ci sono conseguenze pressoché per ogni decisione, per ogni cambiamento che viene introdotto.
Vogliamo evitare i cambiamenti perché ci fanno paura? Perché non sappiamo prevedere le ripercussioni sulla società a distanza di anni? Immagino che a queste persone farebbe piacere vivere in un mondo dove nessuno ha introdotto la ruota perché vai a sapere in futuro che razza di conseguenze potrebbero abbattersi sulla nostra società. O forse no, non gli farebbe piacere. Chissà, magari si sono solo dimenticati di applicare un po' più di cervello alla questione.
Un'ultima osservazione riguarda le persone convinte che le differenze tra maschi e femmine siano indispensabili per definire la propria e l'altrui identità.
Si va dalle più cretine, tipo "senza i tacchi, il trucco e la scollatura non mi sento una vera donna!", alle più subdole come "non vorrei mai rinunciare alle mestruazioni, perché sono il segno che sono una donna!". Bravissima. Quando entri in menopausa quindi diventi un uomo? O perdi la tua identità? O non sai più chi o cosa sei? Non so, spiegamelo.
Dico che sono più subdole le affermazioni che si riferiscono a elementi appartenenti esclusivamente a uno dei due sessi biologici, perché a una prima occhiata sono inoppugnabili: ai tacchi e al trucco si può obiettare che esistono donne a cui non interessano, nonché uomini a cui invece sì, ma davanti alle mestruazioni cosa ribatti?
Non so, a me fanno venire un po' i nervi queste esternazioni. Mi fa effettivamente pensare che alcune persone stiano grattando il fondo degli argomenti "pro differenze tra i sessi".
Ha fatto scalpore la vicenda della foto ritirata da Instagram (vedi qui ) che rappresentava una ragazza a cui sono venute le mestruazioni quando era a letto e quindi si è sporcata di sangue. Levate di scudi contro la rimozione dell'immagine, scuse ufficiali, articoli di giornale... perché? Perché è un momento importante della vita di ogni donna, perché è indice di femminilità, perché è una cosa normale di cui non vergognarsi, eccetera. Tutti d'accordo, vero? Ma certo! Aspetto con ansia gallerie di immagini fotografiche di gente impegnata a fare la cacca, che è un momento importante nella vita di ogni persona, indice della loro fisicità nonché una cosa normale di cui non vergognarsi.
Ragazze: se sentite nel profondo di avere bisogno di segnali più o meno evidenti (dalle mestruazioni mensili, alle scarpe con il tacco, al trucco...) per riuscire a sentirvi donne, secondo me la vostra sessualità è più confusa di quella di un gay o di una lesbica.
Naturalmente stesso discorso per gli uomini che hanno bisogno di esternazioni "tipicamente maschilli" per affermare la propria virilità: tranquilli, nessuno si farà venire il dubbio che siate davvero maschi. Maschi stupidi, va beh, ma certamente maschi. Tranquilli.
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mercoledì 29 ottobre 2014
You're nothing but a lot of talk and badge! [The Untouchables]
Diversi anni fa, per un (troppo!) breve periodo, ho abitato vicino a mia cugina C.
Insieme contavamo 5 marmocchi, 4 maschi e 1 femmina, all'epoca distribuiti tra i 3 e i 13 anni.
Avere così tanta umanità in miniatura costantemente sott'occhio ci ha permesso di fare importanti considerazioni sull'umanità in scala 1:1.
Quella che più è rimasta con me, perché la trovo e ritrovo costantemente tra gli adulti che gravitano intorno alla mia vita, più o meno vicini o lontani, è la meravigliosa Teoria della Caccona Gigante.
C'è un'età, intorno ai 2-3 anni, in cui i bambini imparano a fare i propri bisogni in bagno.
I genitori sono felici di non essere più costretti ad annusare sederi per decidere se il pupo è da cambiare, e ancor più felici di non dover aprire pannolini che a volte contengono delle vere e proprie bombe batteriologiche, armi tossiche di distruzione di massa.
La cosa curiosa è che, spesso, il bebé responsabile del tentato annichilimento dell'olfatto di mamma o babbo ride felice, soddisfatto del proprio incredibile risultato. Più i sensori nervosi nasali del malcapitato adulto che ha avuto la sorte di imbattersi in cotanto reperto sono messi alla prova, più il frugolo si sente appagato.
Quando il fatidico momento giunge, e il pannolino viene mandato in pensione, il piccoletto scoprirà di poter rimirare con i propri entusiasti occhi il prodotto di tante fatiche, e ne rimarrà esterrefatto.
Le sue esclamazioni di stupore preoccuperanno un po' i meno avvezzi alle sacre tradizioni della setta dei Piccoletti, ma è del tutto normale, state tranquilli. È una fase. Il pupo è consapevole di aver fatto quella cosa tutto da solo, e chiaramente più il risultato è grande e consistente, maggiore è la soddisfazione provata.
Quando io e la cugina C. abitavamo vicine, 3 su 5 dei nosti marmocchi avevano dai 3 ai 5 anni.
Le urla di giubilo dopo i quotidiani depositi in bagno si rincorrevano da una casa all'altra.
Dettagliati resoconti sui rispettivi risultati si tramandavano come gesta eroiche.
Il grido: "Venite tutti a vedere che caccona gigante ho fatto!" era al tempo stesso conferma di grandezza e sfida.
Ecco, dopo questa dotta spiegazione e il simpatico siparietto di vita familiare, assolutamente indispensabile, riguardante l'Umanità in miniatura, veniamo ora alle considerazioni sull'umanità 1:1.
Perché - grazie al Cielo - personalmente non conosco alcun adulto che dopo aver prodotto al bagno chiama amici e parenti ad ammirare il risultato.
Però sono circondata da persone che celebrano ogni piccolezza della propria vita come se fosse l'apoteosi del successo, della celebrità, una conferma della propria incredibile superiorità, una sfida a far meglio.
Se qualcuno sta pensando che io stia esagerando, o che sia particolarmente sfortunata con le mie cerchie di conoscenze, o che semplicemente sia invidiosa di chi riesce nella vita perché io invece non riesco a concludere un tubo... beh, invito questo qualcuno a fare un giro dei propri contatti su un social network. Poi ne riparliamo. Dopo. Dopo che sarà stato costretto a sapere che Tizio ha addominali 3D; che Caia era al Bar Figo e indossava Scarpe Fighe; che Sempronio & Sempronia vendono le loro torte decorate dopo aver vinto il terzo premio alla sagra di Robecchetto sul Naviglio; eccetera.
Che fastidio. Tutto urlato. Quando urli qualcosa, quel qualcosa diventa Qualcosa. qualcosa di più, di meglio, non solo: Qualcosa che Tu hai Meritato perché sei Meglio degli Altri. Diventa la tua Caccona Gigante.
Boh, non so. Forse siamo troppi e abbiamo disperatamente bisogno di distinguerci dalla massa, ma siccome non siamo abbastanza capaci di essere Individui, cerchiamo di distinguerci dagli altri componenti della Massa giocando sul loro stesso piano, ed esaltando le stesse cose che hanno/fanno tutti.
Ogni tanto, lo confesso, mi vengono davvero i nervi. Perché - senza fare nomi o riportare esempi concreti, che non è bello - vedo spiattellate notizie o informazioni su Qualcuno che fa Qualcosa, con tanto di foto, naturalmente, e frasi entusiaste, piene di punti esclamativi e figaggini assortite. E mi dà fastidio perché magari questo Qualcosa è esattamente qualcosa che io ho già fatto, magari meglio, senza strombazzarlo in giro ai quattro venti. Perché per me è solo qualcosa che ho fatto, non è Qualcosa Che Ho Fatto.
Allora, forse sono più fortunata io, che non mi esalto per le Caccone Giganti, ma eventualmente per qualcosa più di valore.
Anche a me piace fare una foto a una torta che mi è venuta bene, perché no? Ma nessuno mi costringe a pubblicarla su sette pagine diverse, per essere sicura che la vedano tutti-proprio-tutti, segnalandola come La Torta Del Secolo. A che pro? È una torta, santo Cielo! Non ho scoperto la penicillina!
Oppure è vero che sono invidiosa marcia e mi rodo per tutti i like e i bravissima/o che ricevono quelli che urlano. Sicuramente c'è chi lo pensa, e ciascuno è libero di pensare quello che vuole, anche su di me, ché tanto non è un problema mio.
Per chi invece fosse interessato a un punto di vista diverso, dirò che non mi sento invidiosa. Non mi giudico inferiore/superiore a qualcuno in base alla quantità di like.
La mia è una considerazione di carattere generale, più che di carattere personale.
Non dico che quello che faccio io, o come faccio io le cose, sia meglio, o giusto. Dico solo che non è il massimo vivere in un mondo non solo pieno di adulti che fanno a gara a chi la fa più grossa, ma anche di adulti che ammirano, apprezzano, complimentano, e sicuramente invidiano, colui/colei che riesce a gridare più forte per mostrare la sua Caccona Gigante.
Quando arriverà qualcuno che avrà il coraggio di puntare il dito e gridare: "Ma è solo una Caccona!!", tipo fiaba "I vestiti nuovi dell'Imperatore"?
Temo nessuno, perché a differenza del racconto, in cui nessuno accusava il bimbo di essere solo invidioso del bell'abito dell'imperatore, qua il primo che osasse alzare la voce per far notare la banale realtà delle cose verrebbe sommerso dalle inevitabili "La tua è tutta invidia - Si vede che ti senti inferiore - E allora fallo tu - Eccetera".
I Difensori della Caccona Gigante.
venerdì 26 settembre 2014
Noi fummo i Gattopardi, i Leoni. [Tomasi di Lampedusa]
.
Ci sono molti libri che non ho mai letto, e che ho inserito in una lista dei "buoni propositi", per rimediare a tale carenza.
Recentemente ho letto Il Gattopardo, ambientato all'interno di una società che sta cambiando. Prima c'erano persone a cui era il titolo a dare importanza (il Principe e la sua famiglia) e poi arrivano persone che si elevano socialmente grazie ai soldi.
Naturalmente il contesto in cui si svolge la storia è molto più elaborato di così: ci sono in ballo cambiamenti ideologici epocali (con i Mille di Garibaldi) che si scontrano con mentalità e atteggiamenti semplici, radicati e immobili.
A me però in questo momento importa analizzare il risultato del cambiamento, e i suoi strascichi.
Esiste l'espressione "nuovi ricchi", che serve a indicare persone che non sono nate ricche di famiglia, ma che lo sono diventate in virtù delle loro personali fatiche. Il termine, che potrebbe anche essere visto in luce positiva, ha invece accezione negativa. Il motivo è, probabilmente, che è stato coniato dai "vecchi" ricchi, che si sono a poco a poco visti soffiare la scena da persone che secondo i loro parametri non erano meritevoli.
Fondamentalmente dentro di me alberga un animo rivoluzionario ed egalitario, quindi mi ha un po' sorpreso scoprire che in parte sto con i "vecchi" ricchi.
Mi è capitato di conoscere persone che non perdevano occasione per farmi sapere che loro, da piccoli, sono cresciuti con due paia di scarpe e niente regali di Natale, e intanto che mi informavano di ciò spendevano quantità di soldi in oggetti totalmente superflui e inutili, che avrebbero dimenticato di possedere nel giro di un mese, sulla qual cosa avrebbero poi sorriso compiaciuti.
Caro il mio "nuovo" ricco, mi spiace ma nonostante tutto il valore del denaro non sei riuscito a capirlo.
Naturalmente ci sono fior di "vecchi ricchi" che spendono i soldi solo perché li hanno, non è che la ricchezza ti dia automaticamente classe e intelligenza. Ma non è vero neanche il contrario.
Quindi è stato giusto togliere i "meriti" dati da ricchezze ereditate e titoli nobiliari, per passarli a chi lavorava e sudava per ottenere qualcosa e alla fine ce la faceva? È stato giusto inventare il concetto di meritocrazia?
Come tante, tantissime cose: in teoria, direi di sì. Ma la pratica, poi, come si è evoluta? Le persone che "ce l'hanno fatta", i "nuovi ricchi", come sono arrivati dove sono arrivati? Quali sono, i loro famosi meriti? Hanno davvero lavorato di più e meglio degli altri? O hanno rubato, evaso le tasse, calpestato altri, tradito il/la partner con la/il superiore, mostrato più scollatura delle colleghe....? Perché, diciamocelo: se sono questi i loro meriti, allora tanto valeva rimanere al punto in cui eri importante e "meritevole" perché avevi un titolo da sfoggiare, senza bisogno di rivoluzione francese, moti carbonari e tutto il resto!
In questo stralcio tratto dal libro, c'è il "nuovo ricco" don Calogero che considera quali siano le caratteristiche che ancora lo differenziano dal "vecchio" ricco, il Principe Fabrizio. Non sono i soldi, i possedimenti, quelli ormai ce li ha anche lui; sono piuttosto il comportamento, le maniere, e si rende conto che non si tratta di apparenze, orpelli inutili, ipocrisie superflue.
Ecco, in questo mi ritrovo dalla parte dei "vecchi" ricchi, come vengono descritti qui. Intorno a noi ci sono un sacco di "cafoni rivestiti", autentici buzzurri con l'orologio d'oro al polso, che sfoggiano la propria ignoranza come un pavone la coda, apposta per dimostrare al mondo che loro non hanno bisogno di essere intelligenti, non hanno bisogno di avere cultura. Abbimo deposto la nobiltà per avere questo?
Nella nostra smania di giustizia abbiamo tolto di mano il mondo ai principi per consegnarlo nelle mani di esseri sguaiati, rumorosi, maleducati, incapaci e ignoranti.
Penso con nostalgia agli eroi leggendari, ai protagonisti dei romanzi d'avventura, per i quali l'onore, la cavalleria, la lealtà, la verità... erano valori. Basta guardarsi intorno per accorgersi che non è così nella realtà e se lo fai notare vieni guardata con compassione, ti viene detto, Ma quelle sono solo storie!
Sono solo storie perché si vuole che rimangano solo storie. Poiché gli eroi di oggi non sono capaci di essere così, continuano a gridare e a stordire tutti gli altri con il suono della loro voce che proclama futilità piene zeppe di ignoranza e pregiudizi e quello diventa realtà.
Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.
Ci sono molti libri che non ho mai letto, e che ho inserito in una lista dei "buoni propositi", per rimediare a tale carenza.
Recentemente ho letto Il Gattopardo, ambientato all'interno di una società che sta cambiando. Prima c'erano persone a cui era il titolo a dare importanza (il Principe e la sua famiglia) e poi arrivano persone che si elevano socialmente grazie ai soldi.
Naturalmente il contesto in cui si svolge la storia è molto più elaborato di così: ci sono in ballo cambiamenti ideologici epocali (con i Mille di Garibaldi) che si scontrano con mentalità e atteggiamenti semplici, radicati e immobili.
A me però in questo momento importa analizzare il risultato del cambiamento, e i suoi strascichi.
Esiste l'espressione "nuovi ricchi", che serve a indicare persone che non sono nate ricche di famiglia, ma che lo sono diventate in virtù delle loro personali fatiche. Il termine, che potrebbe anche essere visto in luce positiva, ha invece accezione negativa. Il motivo è, probabilmente, che è stato coniato dai "vecchi" ricchi, che si sono a poco a poco visti soffiare la scena da persone che secondo i loro parametri non erano meritevoli.
Fondamentalmente dentro di me alberga un animo rivoluzionario ed egalitario, quindi mi ha un po' sorpreso scoprire che in parte sto con i "vecchi" ricchi.
Mi è capitato di conoscere persone che non perdevano occasione per farmi sapere che loro, da piccoli, sono cresciuti con due paia di scarpe e niente regali di Natale, e intanto che mi informavano di ciò spendevano quantità di soldi in oggetti totalmente superflui e inutili, che avrebbero dimenticato di possedere nel giro di un mese, sulla qual cosa avrebbero poi sorriso compiaciuti.
Caro il mio "nuovo" ricco, mi spiace ma nonostante tutto il valore del denaro non sei riuscito a capirlo.
Naturalmente ci sono fior di "vecchi ricchi" che spendono i soldi solo perché li hanno, non è che la ricchezza ti dia automaticamente classe e intelligenza. Ma non è vero neanche il contrario.
Quindi è stato giusto togliere i "meriti" dati da ricchezze ereditate e titoli nobiliari, per passarli a chi lavorava e sudava per ottenere qualcosa e alla fine ce la faceva? È stato giusto inventare il concetto di meritocrazia?
Come tante, tantissime cose: in teoria, direi di sì. Ma la pratica, poi, come si è evoluta? Le persone che "ce l'hanno fatta", i "nuovi ricchi", come sono arrivati dove sono arrivati? Quali sono, i loro famosi meriti? Hanno davvero lavorato di più e meglio degli altri? O hanno rubato, evaso le tasse, calpestato altri, tradito il/la partner con la/il superiore, mostrato più scollatura delle colleghe....? Perché, diciamocelo: se sono questi i loro meriti, allora tanto valeva rimanere al punto in cui eri importante e "meritevole" perché avevi un titolo da sfoggiare, senza bisogno di rivoluzione francese, moti carbonari e tutto il resto!
In questo stralcio tratto dal libro, c'è il "nuovo ricco" don Calogero che considera quali siano le caratteristiche che ancora lo differenziano dal "vecchio" ricco, il Principe Fabrizio. Non sono i soldi, i possedimenti, quelli ormai ce li ha anche lui; sono piuttosto il comportamento, le maniere, e si rende conto che non si tratta di apparenze, orpelli inutili, ipocrisie superflue.
Ecco, in questo mi ritrovo dalla parte dei "vecchi" ricchi, come vengono descritti qui. Intorno a noi ci sono un sacco di "cafoni rivestiti", autentici buzzurri con l'orologio d'oro al polso, che sfoggiano la propria ignoranza come un pavone la coda, apposta per dimostrare al mondo che loro non hanno bisogno di essere intelligenti, non hanno bisogno di avere cultura. Abbimo deposto la nobiltà per avere questo?
Nella nostra smania di giustizia abbiamo tolto di mano il mondo ai principi per consegnarlo nelle mani di esseri sguaiati, rumorosi, maleducati, incapaci e ignoranti.
Penso con nostalgia agli eroi leggendari, ai protagonisti dei romanzi d'avventura, per i quali l'onore, la cavalleria, la lealtà, la verità... erano valori. Basta guardarsi intorno per accorgersi che non è così nella realtà e se lo fai notare vieni guardata con compassione, ti viene detto, Ma quelle sono solo storie!
Sono solo storie perché si vuole che rimangano solo storie. Poiché gli eroi di oggi non sono capaci di essere così, continuano a gridare e a stordire tutti gli altri con il suono della loro voce che proclama futilità piene zeppe di ignoranza e pregiudizi e quello diventa realtà.
Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.
venerdì 16 maggio 2014
You can't base your life on other people's expectations. [Stevie Wonder]
Una mattina Andrea si alzò presto e andò a fare una lunga passeggiata al parco. Perse la cognizione del tempo guardando le nuvole in cielo e le margherite nei prati, e così non fece in tempo a passare dal negozio di videogame prima di pranzo, come aveva precedentemente deciso.
A causa di questo imprevisto cambio di programma, non incontrò Serafina, che trascorse nel suddetto negozio quasi un'ora, per scegliere un gioco. Quando uscì, vide che il suo autobus era appena passato, quindi si diresse a piedi verso l'università.
Non poté quindi conoscere Sebastiano, che era seduto proprio su quell'autobus. Sebastiano stava andando in biblioteca, dove trascorse la pausa pranzo frugando tra gli scaffali alla ricerca di un libro. Quando lo ebbe trovato, si rese conto che non gli era rimasto più tempo per andare a mangiare, ma doveva tornare di corsa in ufficio.
Pertanto, anziché entrare nel caffè accanto alla biblioteca come aveva in mente di fare, comprò un hot-dog strada facendo, e non vide Ornella, seduta da sola a un tavolino di quel caffè. Finito il pranzo, Ornella uscí dal caffè e si diresse verso la casa di riposo per anziani dove risiedeva sua nonna, ma davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento proprio all'angolo della strada, si fermò qualche secondo per ammirare un cappotto.
Così non andò a sbattere contro Michele, che stava girando proprio intorno a quell'angolo di gran passo, respirando a pieni polmoni l'aria fresca di quella bella giornata di sole.
Andrea, Serafina, Sebastiano, Ornella e Michele proprio quel giorno avevano deciso di seguire i saggi consigli dispensati profusamente sulla rete (vedi video qua sotto) e stavano trascorrendo una giornata lontani dai propri Smartphone.
Ohibò, com'è strana la vita: nonostante questo, non si erano incontrati!
Forse perché noi stessi, la vita, il tempo, gli altri... è tutta roba molto più complessa, che non può essere ridotta all' ON/OFF del telefono.
Chi promuove questo genere di messaggio, chi è pronto a dichiararsi d'accordo... mostra probabilmente di essere ben più superficiale delle persone che accusa.
I ragazzi di oggi sono tutti cerebrolesi, è un frase che hanno detto gli adulti di ogni generazione riguardo agli appartenenti alla generazione successiva. La verità è che ogni generazione può vantare i propri fantastici casi di gente con il cervello scarico.
Cerchiamo di non essere noi, i candidati alla posizione nella nostra generazione.
mercoledì 14 maggio 2014
Too much ends in smoke. [Toba Beta]
Nessuno ha mai l'impressione che intorno a noi ci sia troppo?
Troppo cibo, troppe auto, troppa gente, troppo rumore, troppa luce, troppi film, troppi negozi, troppa teconologia, troppo zucchero, troppe banche, troppi vestiti, troppi corsi, troppe proposte... ?
E che la gente, per stare dietro a tutto questo troppo, diventi troppo stressata, troppo furba, troppo bugiarda, troppo manipolatrice, troppo illusa, troppo arrabbiata, troppo arrogante, troppo grassa, troppo magra, troppo ossessionata, troppo dipendente, troppo entusiasta, troppo tutto?
Non c'è senso della misura in niente. Tutti sanno troppo di tutto. Fa venire la nausea solo a me tutto ciò?
Non si può più avere un'idea, bisogna fondare una start-up.
Non si può mangiare meno pasta, bisogna passare alla dieta low- carb.
Non ci si può interessare a un argomento, bisogna scriverci un libro, produrre un documentario, avviare un blog.
Poco importa se tutto esiste già.
Il tuo libro/documentario/blog sarà di certo migliore degli altri. La tua start-up sarà la più geniale di tutte.
Devi trovare un argomento, o un punto di vista che sia solo tuo, non perché ti fa crescere come persona, o perché pensare in modo indipendente è una cosa intelligente da fare. No, devi riuscire a fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima perché così avrai più visibilità degli altri. E le differenze, tra mille prodotti appartenenti alla stessa categoria, sono talmente microscopiche, che se una persona come me vuole trovare quello che cerca deve ravanare in quintalate di fuffa prima di (forse) trovarlo.
Per esempio: ricevo continuamente inviti e proposte di seminari, letture, incontri, dibattiti... da mille entità diverse. Ma perché dovrei passare il mio tempo a fare la trottola tra uno e l'altro, per sentire gente che non ho mai visto prima e della quale non mi importa assolutamente niente, vomitare banalità e ripetizioni storiche fino alla nausea, solo nella speranza di incappare in qualcuno che si lasci sfuggire un barlume di novità? Ma anche no, grazie!
L'entusiasmo ormai è cheap, mi si permetta l'inglesismo. Vedo gente esultare per un nuovo esponente politico, per una crema da giorno, per uno sport, per un formaggino, per un ragazzino che canta, per una convenzione bancaria, per un paio di scarpe... e mi vien voglia di prenderli, scrollarli e dirgli: "Ma ti senti? Ma ti vedi? Torna in te!"
Il mio atteggiamento si chiama menefreghismo? Non lo so, e in fondo non me ne frega niente di come lo si vuole chiamare (ah ah ah).
Io penso solo di essere stufa di essere distratta da cose prive di valore e di significato. Non è vero che non mi interessa niente. Credo che mi interessi molto, di quello che sta sotto alle mille tonnellate di niente di cui devo liberarmi quotidianamente. È faticoso.
domenica 8 dicembre 2013
I declare after all there is no enjoyment like reading! [Jane Austen]
Spesso i lettori, per conoscersi tra di loro, si cercano in rete.Conoscere altri lettori significa poter parlare di quello che si legge, confrontare le opinioni su un libro, sui personaggi, sulla trama, sull'autore...
Come sempre accade, tuttavia, l'essere umano manifesta il suo intrinseco bisogno di trovare una figura a cui affidare il ruolo di "reietto" all'interno della cerchia di cui fa parte. I bulli, si sa, non passano mai di moda.
Ecco che sono capitata in un forum di lettori su internet e ho cominciato a leggiucchiare alcuni interventi.
A un certo punto mi imbatto nel post di una tizia che scrive di essere rimasta basita di fronte a una cliente del negozio in cui lavora, che le ha confidato di leggere circa 150-160 libri in un anno. "Ma come! Io finora ne h letti 24! Sono davvero così lenta?"
Le risposte velenose che seguivano questa domanda, in una giornata in cui mi sentivo particolarmente bellicosa, mi hanno irritato tantissimo.
Perché erano tutti sicuri che chi afferma di leggere così tanto:
1. Mente perché vuole vantarsi;
2. Legge solo i titoli;
3. Guarda solo le figure;
4. Non legge altro che Harmony;
5. Non ha un lavoro, non ha famiglia, non ha amici, non ha niente da fare, non ha una vita;
6. Sta solo giocando a "chi ce l'ha più lungo";
7. Non si ricorda niente di quello che legge;
8. Si ingozza di libri, non li gusta e non li apprezza;
9. È uno sfigato che legge anche in bagno e/o mentre cucina;
10. Non bada alla qualità, ma solo ad accumulare numeri;
11. Fa una gara con qualcuno;
12. È ossessionato dal numero di libri.
C'era anche qualche timido tentativo di intervento da parte di qualcuno che diceva: "Ma sì, anch'io leggo più di 100 libri all'anno, eppure ho una famiglia e un lavoro... leggo velocemente, mi piace, non lo faccio perché sono in competizione con qualcuno."
Ma a fronte di 5 risposte su questo tono, ce n'erano 100 piene di una rabbia che non riesco ancora oggi a comprendere.
Dopo aver masochisticamente letto ogni post, e aver notato che nessuno dei lettori "over 100" si era permesso di affibbiare qualche appellativo agli altri (che ne so, tipo: siete delle lumache; se non riuscite a leggere più di 25 pagine al giorno avete la capacità di concentrazione di un passero; siete la vergogna della categoria; metti giù l'i-phone e vedrai che qualche libro in più riesci a leggerlo anche tu... Così, i primi che mi verrebbero in mente volendo provare a rispondere a tono) ho capito che con questo genere di lettori non ho e non avrò mai nulla in comune.
Lì davvero c'è una gara, a chi tira fuori i titoli più pseudo-intellettuali, a chi esprime l'opinione più demodé (l'e-book ucciderà la letteratura! le nuove generazioni sono alla rovina perché non conoscono i classici!).
Io mi leggo i miei 100+ libri all'annno, anche in bagno e/o mentre cucino, continuo ad avere la mia famiglia di cui prendermi cura, i miei numerosi lavoretti ogni settimana, i miei hobby, i miei interessi, i miei amici (tra cui qualcuno che legge persino più di me avendo più amici, più interessi e più hobby) e intanto coltivo la convinzione di essere un'aliena, o un essere umano geneticamente modificato in grado di compiere imprese precluse ai più.
lunedì 18 novembre 2013
Don’t the boys know that’s what your mum calls you? [J.K. Rowling]
C: ... E poi devo lavare a mano i piatti piani, perché quella BIP della mia lavastoviglie è talmente sgarrupata, che non ce li posso mettere. Il cestello superiore ha ceduto in qualche modo e si è abbassato, quindi l'elica che gira picchia contro i piatti piani, che sono troppo alti.
L: Ogni volta che mi parli della tua lavastoviglie ne imparo una nuova.
C: Lascia perdere, ho speso talmente tanti soldi in riparazioni, che potevo averne due. La odio.
L: Dovresti provare a darle un nome. A volte gli oggetti diventano più mansueti, quando gli assegnamo un nome che...
C: La chiamerò Vecchia Baldracca. Secondo te funziona?
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domenica 17 novembre 2013
Gray hair is God's graffiti. [Bill Cosby]
Delle Persone Acide.
A: Ti vedo bene, hai proprio un bel colore di capelli! Hai cominciato a tingerli anche tu, eh? Ahahah, i capelli bianchi arrivano per tutte, alla fine!
B: [tono entusiasta] Capelli bianchi? Ma lo sai che a me crescono argentati? E ricci, per di più? Una figata pazzesca! Adesso mi tocca tingerli, perché sono ancora troppo pochi, ma vedrai tra qualche anno! Sfoggerò una fantastica chioma da manga, finalmente potrò colorarli di rosa, o lilla, azzurro... tutte cose che ancora non posso fare, perché questo castano scuro è talmente tenace, che non si scolora facilmente.
A: >_<
mercoledì 9 ottobre 2013
Cogito ergo sum. [René Descartes]
Perché quando ho mal di testa da tre giorni, le gambe molli, la vista annebbiata, i brividi di freddo e mal di gola non significa che ho la febbre, come succede alle persone normali, ma piuttosto che la mia temperatura è pericolosamente vicina a scendere sotto i 36°C?
Odio gli hardcover, mi piace leggere i paperback.
Ma nel primo episodio della nona serie di "Supernatural", Crowley rimane chiuso nel bagagliaio dell'Impala per tutto il tempo? Zitto e senza protestare?
Sentire o vedere il mio vicino in canottiera con 10°C che si agita lavorando nel suo giardino perfetto mentre io ignoro l'erba alta 30 cm nel mio mi riempie di una furia cieca.
Compro sempre un sacco di scatole di müsli e di biscotti per la colazione di tutta la famiglia e mi dimentico di quelli per soggetti noiosamente allergici come me, e periodicamente resto senza colazione.
Era meglio se non cogitavo.
giovedì 19 settembre 2013
How can you be yourself, when you don't know who you are? [Nightwish]
Sono contenta per voi, o Altri che siete così maturi, così cresciuti, così posati ed equilibrati da avere sempre certezze nella vita.
Voi che non avete mai ripensamenti, che sapete sempre cosa volete e dove andate e magari anche da dove venite.
Voi che non siete mai confusi, che non avete mai bisogno di un time out dal mondo, che non avvertite mai il bisogno di mettervi in discussione.
Voi che siete sicuri di aver capito tutto, voi che avete scelto la vostra strada e ci rimanete sempre sopra, senza mai deviare dal sentiero.
Compatitemi pure, quano vi accorgete che io non sono come voi.
Che nonostante i miei compleanni si susseguano e si accumulino, sono sempre nuova, sempre diversa.
Che sono interrotta, e non riesco mai a essere una sola persona per volta, che una vita non mi basta e devo viverne tante ma ho poco tempo e quindi faccio casino.
Che imparo ogni giorno nuove idee, nuove impressioni, nuovi modi di guardare e capire.
Che non ho un modello a cui aspirare, ma prendo qualcosa da tutti e da tutto. Non c'è libro, film, serie TV, conversazione, attività, paesaggio, sogno... che non lasci dentro di me la sua impronta.
Giudicatemi, perché è meglio giudicare me, piuttosto che capire perché vi spaventa il mio modo di essere.
È meglio per voi prendere le distanze dalla mia piccola follia privata, piuttosto che conoscerla.
Lasciatemi sola, sempre sola, perché non sono come voi e se venite con me verrete travolti.
lunedì 26 agosto 2013
Better to reign in Hell than serve in Heaven. [John Milton]
Dopo essermelo trascinato dietro per circa tre mesi, finalmente qualche giorno fa ho finito di leggere "Paradise Lost".
Si tratta di un poema epico, scritto nel XVII secolo da Milton. Rivisita il mito biblico della caduta di Lucifero e del peccato di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre.
La parte che ho preferito è stata quella in cui protagonista è Lucifero: è una scrittura potente, davvero epica, e la celebre frase "Better to reign in Hell, than serve in Heaven" non è che il corollario a pagine e pagine di riflessioni e ragionamenti di un angelo che si sente tradito, ferito e abbandonato.
Sono pensieri toccanti, soprattutto perché è molto facile immedesimarsi e seguire il filo dei pensieri di Lucifero continuando ad annuire e dandogli pienamente ragione.
Meno convincente ho trovato la parte in cui al centro ci sono Adamo ed Eva.
Soprattutto mi sono annoiata: Adamo che sbrodola per pagine e pagine di quanto è bellobuonoperfettoidillico Dio e tutto quel che ha creato.
Ripensando ad alcuni commenti di Lucifero, in cui si riferiva proprio all'eternità promessa da Dio esternando perplessità riguardo all'intrattenimento proposto (l'apice della gioia per gli ammessi in Paradiso è cantare le lodi di Dio ininterrottamente), non si può che essere ulteriormente dalla parte di Sua Maestà Infernale.
Il resoconto della caduta di Adamo ed Eva è molto fedele al racconto biblico, non solo per quel che riguarda i fatti, ma anche per l'atteggiamento e la presa di posizione di Dio.
Cerco di spiegarmi.
Il serpente suggerisce a Eva di mangiare il frutto dell'albero che Dio ha proibito di toccare, lei lo fa e convince anche Adamo a prenderne un po'. Al che Dio se ne accorge, si infuria e caccia entrambi dall'Eden, aggiungendo anche un paio di punizioni: Eva partorirà con dolore, e Adamo dovrà sudare sangue per procurarsi da mangiare (invece nel Paradiso Terrestre era tutto a sua disposizione, senza faticare).
Questi i fatti, in breve.
In "Paradise Lost" Adamo solleva parecchie proteste nei confronti di Eva, che si è lasciata convincere dal serpente a disobbedire a Dio; è consapevole che ci sono grossi guai in vista ma decide di condividere il destino di Eva, per amor suo.
Questo è un dettaglio incredibilmente romantico, ma altrettanto incredibilmente a doppio taglio. Perché sta a significare che l'uomo, di per sé, sarebbe bravo, buono e santo. È solo a causa della presenza e dell'interferenza della donna nella sua vita e nelle sue decisioni, che pecca. È a causa della debolezza di averla amata tanto, che Adamo si condanna.
Su questa linea, infatti, sembra pensarla anche Dio stesso, che accusa Adamo di aver amato più Eva che Dio. E questo è un peccato gravissimo. Ma c'è di più. Perché tra le grosse colpe di Adamo si annovera anche il fatto di non aver adempiuto alle proprie responsabilità di uomo, tenendo sotto controllo la donna che gli era stata affidata.
Quindi, riassumendo: Eva pecca perché mangia il frutto; Adamo pecca perché non è riuscito a impedirglielo e perché in seguito ha preferito condividere la sua sorte, piuttosto che rimanere fedele agli ordini di Dio.
NON perché mangia il frutto.
Poi ci si domanda come mai le donne siano considerate meno dalle religioni monoteiste che condividono questo mito (cristianesimo e islam). No, forse non ce lo si domanda più, in ogni caso va riconosciuto che 4000 anni di modellamento cerebrale lasciano decisamente il segno! Già solo quando sento dire che le donne in una determinata epoca "potevano" fare questo o quell'altro, mi vengono i brividi. Ma la gente si ascolta, quando parla? "Potevano", perché c'era qualcuno (maschio e illuminato da Dio, manco a dirlo) che stabiliva l'ampiezza dei confini entro cui una donna era libera di muoversi, non certo perché ne avevano (o non avevano) la capacità.
C'è sempre stata la volontà di creare e mantenere diversità tra i due sessi, anche dove non ce ne sarebbero state.
Perché l'essere umano, fondamentalmente, crea un "diverso"? Psicologia spicciola: per sentirsi migliore.
Perché l'uomo, inteso come maschio, ha sempre manifestato questo disperato bisogno di differenziarsi dalla donna? Le "feminucce" sono i maschi che sono meno chiassosi, che mostrano sensibilità; i "maschiacci" sono femmine che contrastano l'idea secolare che associa tranquillità e sottomissione e simili tratti caratteriali alla coppia cromosomica XX. Ai posteri (?) l'ardua sentenza.
Ultima osservazione che c'entra e non c'entra con la filippica femminista: la punizione stabilita da Dio per la donna è stata che mettere al mondo i figli sarebbe stata un'impresa dolorosa. Questo stuzzica incredibilmente la mia curiosità: come era previsto che nascessero i figli, nel caso il frutto proibito fosse rimasto per sempre sul suo albero?
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martedì 16 luglio 2013
Love is a given, hatred is acquired. [Doug Horton]
Milano in estate.
Ci ho appena trascorso una settimana, che mi ha aiutato a ricordare che ci sono cose che apprezzo, e cose che mi infastidiscono.
Mi piace che la gente si dia spesso e volentieri del "tu": è qualcosa che pone sullo stesso piano, che accorcia le distanze.
Non mi piacciono le occhiate e le osservazioni di certi uomini, probabilmente abituati a sentirsi sminuiti nella loro virilità se evitano di commentare o di guardare una donna.
Mi piace trovare disseminate in giro per la città possibilità di spuntino a base di ottima focaccia, o pizza, o insalata - non solo kebab e hot dog. Mi piace il cappuccino a 1,20 €.
Non mi piace la pretenziosità commerciale, a causa della quale i prezzi di articoli assolutamente generici lievitano immotivatamente.
Mi piace non dovermi concentrare per capire le parole di chi mi parla insieme.
Non mi piace il fatto di non riuscire a estraniarmi da una conversazione che avviene vicino alle mie orecchie, ed essere costretta a sapere che "la Cri è una t***a", o che "il treno si è fermato per mezz'ora tra i campi e non andava neppure l'aria condizionata".
Mi ha fatto piacere trovare riaperte le fontanelle nei giardini pubblici e per strada.
Non mi ha fatto piacere constatare che, nonostante la falda acquifera sempre in procinto di allagare cantine e tunnel della metropolitana, l'erba e gli alberi di parchi, piazze e viali non vengono annaffiati ma lasciati a languire e rinsecchire sotto il sole cocente: sterpaglia e terra secca che si incollano alla pelle sudata e ti raschiano la gola quando respiri.
Non mi piacciono le puzze e gli odori che ristagnano e si propagano in un attimo a causa del caldo soffocante, l'asfalto che bolle e ti si attacca alle suole delle scarpe, i nuvoloni di pioggia che nel 90% dei casi si addensano fuori dalla città, lasciando gli abitanti ostaggio di caldo e afa.
Non mi piace come guida la gente: in maniera disordinata, irrispettosa e maleducata; non mi piace che i motociclisti facciano di regola lo slalom tra le auto; non mi piace che i (pochi) ciclisti ignorino le fondamentali regole di sicurezza.
Nel complesso, direi che Milano in estate è qualcosa che evito volentieri.
lunedì 10 giugno 2013
Just because you don't understand it doesn't mean it isn't so. [Lemony Snicket]
Ce ne sono tante, di cose che non capisco, intendiamoci.Tipo perché i berlinesi non riescono a costruire i parcheggi dei supermercati in piano o rompono sempre le uova nei contenitori.
Adesso poi sono un po' stanca, e non mi vengono in mente tutte, ma a stupirmi sono spesso le persone. Questi misteriosi altri, che si comportano sovente in maniere per me incomprensibile.
Per esempio:
- Una persona che posta su un forum di ricette il Procedimento Strabiliante Per Ottenere Una Classica Torta Di Mele Della Nonna - Ricetta Tradizionale - Partendo Da Zero. E tra gli ingredienti figura il preparato per torta in scatola. Ti sei mai chiesta cosa vuol dire "da zero"?
- Un'altra persona posta un tutorial per costruire un fiore di feltro e comincia scrivendo che devi ritagliare 11 petali da un foglio di feltro. Inserisce quindi una foto che mostra 9 petali di feltro. Continua impavida ordinando di raggrupparli 4+4+2+1 (che fa 11) e le foto mostrano gruppi costituiti da 4+3+1 (che fa 8), finché avvisa di manipolare un po' il gruppo da 2, che nella foto si confonde abilmente con quello da 3, e di fissare bene tra di loro i primi 3 strati (2 in foto) prima di terminare con l'ultimo, singolo petalo - chiamato peDalo per metà delle volte. Tesoro, perché fai queste cose complicate, se soffri di discalculia e dislessia?
- Un'altra ancora è venuta da poco a vivere a Berlino e ne è entusiasta. Talmente entusiasta, che decide immantinente di aprire un blog per aiutare e sostenere chiunque abbia la sua stessa, fulgida idea. Quanto io consideri la maggior parte di questi benemeriti concittadini, ormai è risaputo, ma costei riesce a spingersi oltre, affidando all'etere e alle povere anime che avranno lo sorte di incappare nel suo blog, informazioni approssimative e che probabilmente lei per prima non comprende fino in fondo, dal momento che è capace di titolare, ri-titolare e ripetere all'infinito termini scritti sbagliati. Figliola cara, l'entusiasmo è encomiabile, ma hai pensato a un corso di tedesco?
Non linko niente di tutto ciò, perché non ho alcun interesse a deridere apertamente qualcuna delle tre persone nominate sopra. Mi hanno semplicemente fornito un ineguagliabile spunto per profonde riflessioni sulle molteplici sfaccettature della natura umana, che pur non comprendendo, vive.
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lunedì 20 maggio 2013
Books are a uniquely portable magic. [Stephen King]
Penso che non sia sempre necessario scegliere da che parte stare. A volte non c'è nessuna "parte".Da un paio d'anni i lettori hanno cominciato a schierarsi: Team Carta vs Team E-reader.
Come se l'importante fosse il supporto, invece del contenuto. Ogni tanto penso che chi si fa prendere in mezzo a tali diatribe non sia un vero lettore.
Un lettore, per come la vedo io, è uno che se si trova seduto al tavolo della colazione e non ha un libro o un giornale sotto mano, è compulsivamente costretto a leggere tutto quello che c'è scritto sulla scatola dei cereali, compresi gli asterischi sul fondo che segnalano la fine di una promozione e le sigle che indicano lo stabilimento di produzione. Uno che, quando è in fila al mercato per comprare le verdure, riesce a girare il collo a un'angolazione incalcolabile per leggere il trafiletto della pagina ingiallita di quotidiano del 1984 in cima alla pila di fogli usati dall'ortolano per avvolgere il prezzemolo.
Ora io mi chiedo: ma a una persona così, frega qualcosa del supporto su cui leggere un testo? La risposta dovrebbe essere lampante: NO! Non gliene frega un beato accipicchia!
Personalmente trovo particolarmente fastidiosi e pedanti quelli che "io un libro lo devo annusare, quindi solo carta per me!" Ho l'impressione che siano molto interessati a dare di sé un'immagine intellettuale, e pensano che un'osservazione del genere li ponga automaticamente su un gradino più alto nella scala dell'intellettualità, rispetto a chi non considera il proprio olfatto il senso principale coinvolto nell'esperienza della lettura.
Apprezzo l'odore dei libri, noto la differenza tra un volume vecchio e uno fresco di stampa, anche se spesso quelli più vecchi di tanto mi causano crisi violente di starnuti. Ma alla fine lo scopo di un libro è quello di essere letto, non quello di essere annusato. Vuoi annusare? Vai al primo piano della Rinascente a Milano e intossicati nel reparto profumeria! Se vai in libreria, è per leggere! O no?
C'è chi adora contemplare i ripiani della propria libreria ricolmi di libri dai colori e dalle dimensioni tutti diversi, e confesso che anch'io soffro un po' di questa debolezza: davanti a uno scaffale pieno di libri mi si allarga il cuore!
Poi ci sono quelli iper-tecnologici (o che pretendono di esserlo) che non hanno più comprato un grammo di carta dal momento in cui sono usciti i supporti elettronici. L'e-reader è meglio ancora di un libro tradizionale, a sentire loro, imparagonabile. È il futuro, resistere è inutile, eccetera.
Ho l'impressione che costoro siano più preoccupati di dimostrare al mondo di essere dei pionieri, che di leggere un libro.
Se io penso al futuro, e al futuro dei libri e della lettura, mi figuro un paio di scenari almeno:
1) progresso tipo romanzo di fantascienza: non ci saranno più né libri cartacei, né e-reader, bensì avremo tutti un chip impiantato sotto la corteccia cerebrale, attraverso cui scaricare direttamente tutte le opere che desideriamo conoscere;
2) progresso tipo romanzo distopico: non ci saranno più né libri cartacei, né e-reader, bensì tavolette di argilla cotte con il fuoco (il calore del sole non sarà sufficiente, filtrato dalle polveri del fall-out) incise con ramoscelli secchi.
Nel frattempo, c'è il presente, e nel presente siamo talmente fortunati da avere sia i libri cartacei, sia gli e-reader! Ma si può essere più fortunati di così?
Possiamo avere accesso ai vantaggi di entrambi, alternarli a seconda delle circostanze e riuscire a leggere tutto quello che vogliamo! I libri datati e magari poco noti, che nessuna casa editrice ha voglia di digitalizzare; quelli di autori esordienti, squattrinati e auto-pubblicatisi solo in formato e-book perché costa meno; un volume cartaceo in barca, ché se ci cade in acqua si gonfiano le pagine ma è ancora leggibile, mentre un e-reader non si riprende più; venti testi diversi contenuti in un e-reader che portiamo agevolmente nello zainetto quando stiamo facendo delle ricerche e siamo fuori di casa, o tutti i romanzi che vogliamo quando andiamo in vacanza, senza dover scegliere prima cosa portarci dietro da leggere e senza appesantire oltremodo la nostra valigia...
Alla fine la soluzione al dibattito è semplicissima: basta sostituire la congiunzione.
Invece che dire "cartaceo O digitale", è sufficiente dire "cartaceo E digitale".
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