WE OWE IT TO EACH OTHER,
TO TELL STORIES.

Neil Gaiman

CARESS THE TALES
AND THEY WILL DREAM YOU REAL.

Nightwish

STORIES AND SONGS
ARE THE LANGUAGE OF THE HEART.

Stephen Lawhead


ALL STORIES ARE TRUE.
Patrick Rothfuss

A DREAMER IS ONE WHO CAN ONLY FIND HIS WAY BY MOONLIGHT,
AND HIS PUNISHMENT IS THAT HE SEES THE DAWN
BEFORE THE REST OF THE WORLD.
Oscar Wilde

THE CORE OF ALL LIFE
IS A LIMITLESS CHEST OF TALES.

Nightwish
ALL THE TRUTH IN THE WORLD
IS HELD IN STORIES.

Patrick Rothfuss

sabato 22 agosto 2015

Tamam.


Normalmente ho uno stomaco di ferro, digerisco anche i sassi e non vomito quasi mai - solitamente solo per colpa di qualche virus.
Normalmente, inoltre, la mia temperatura sta ben al di sotto dei 37°C: sono celebre per le mie temperature insolitamente basse, piuttosto che per la mia febbre. Quando però mi sale, non si parla di meno di 38,5-39°C. Da lì in su. L'ultima volta che ho avuto la febbre è stato quando mi hanno ricoverato per broncopolmonite, ormai più di dieci anni fa.

Poi sono andata in Turchia.

Un posto molto bello, verde di palme, oleandri, bouganville e altra vegetazione mediterranea, vicino a una spiaggia pulita di sabbia e ghiaia, con un bel mare azzurro che rifletteva un cielo quasi sempre terso in cui splendeva implacabile il sole.
La mattina mi svegliava il canto del gallo, che seguiva quello del muezzin della più vicina moschea.

Una sera particolarmente afosa sono andata a dormire sentendomi un po' affannata. Probabilmente è il caldo, non ci sono abituata e nemmeno mi ci trovo tanto bene.
Poi però vado in bagno e penso che mi sento appesantita, chissà se riesco a vomitare un pochino e a liberarmi lo stomaco? Con poche speranze di riuscirci, perché l'azione del rimettere mi sconquassa fisicamente, mi fa malissimo e istintivamente cerco di resistere. E invece mi rivolto da dentro a fuori nel corso di una notte in cui, dulcis in fundo, finisco talmente prostrata da ritrovarmi svenuta sul pavimento freddo del bagno, con dolori lancinanti dappertutto - chissà dove e contro cosa ho sbattuto cadendo.

È mattina e decido di consultare il medico del villaggio vacanze, che mi misura la pressione e capisce perché faccio fatica a stare in piedi e a tenere gli occhi aperti, poi ascolta tutti i miei guai e li comprende grazie a un'interprete, e infine mi consiglia, spalleggiato da ben due diverse interpreti in collegamento diretto dall'ospedale, che è meglio se vado a farmi visitare lì.
Io a quel punto non so più niente, non capisco più niente, mi sento sporca, appicicatticcia, puzzolente, debole, dolorante dappertutto, vorrei stendermi e dormire ma anche sdraiarmi mi procura fitte atroci a una spalla e alle gambe, non ho più sensibilità nelle mani e penso che forse dovrei vomitare ancora, quindi anche se mi sento bruciare dalla sete non voglio bere.
Lascio che mi carichino su un'ambulanza, soffro per l'intero tragitto e quando vogliono farmi scendere sono sicura che non ce la farò.
Mi sistemano in una sedia a rotelle e mi presentano le due interpreti, qualcuno mi misura la pressione (ancora infima) e la febbre (38,5°C) mentre a me viene da piangere e mi sento stupida.
Dopo un'ecografia dalla quale appuro che non ho né bambini né tumori al mio interno, mi propongono il ricovero. Vorrei solo che mi facessero dormire, ho paura di separarmi da M che mi ha accompagnato fin lì: cosa farò io, da sola, in un ospedale turco, con le interpreti che tra poche ore smontano (è sabato mattina), senza un cambio di vestiti, un libro, uno spazzolino da denti... E poi: che cosa mi sta succedendo? E se dico di no, torno al villaggio e continuo a stare male? Se invece resto qui, cosa mi faranno? Se me lo hanno proposto, presumo abbiano in mente qualcosa. Quindi, appurato che l'assicurazione pagherà le mie cure, accetto il ricovero.
Non sto mai male, ma quando capita faccio le cose fino in fondo.

M compila tutte le mie scartoffie e riesce a procurarmi l'unica cosa della quale sembra davvero impossibile che io possa fare a meno nel periodo, pur breve, che mi si prospetta davanti: il liquido per conservare le lenti a contatto, che al momento indosso. Non posso certo tenerle su per giorni a fila, e se le togliessi senza avere dove e come conservarle non vedrei a un palmo dal naso da quell'istante in poi.
Nel frattempo mi portano da mangiare e dell'acqua. Desiderio di mangiare assolutamente assente: avanzo tutto e mi limito a sorseggiare timidamente dalla bottiglietta, con il terrore di scatenare l'inferno.
Mi somministrano qualcosa per bocca, mi attaccano due flebo e mi fanno tre o quattro iniezioni. Comincio a pensare che il ricovero abbia più senso del previsto. Poi, grazie al cielo, mi addormento.
Dormo tutto il resto della giornata, svegliata solo dalle infermiere che mi cambiano la flebo, mi fanno altre iniezioni e mi somministrano altri medicinali.
Verso sera qualcuno mi porta una scodella di zuppa, che mangio il più lentamente possibile. Poi spengo la luce e mi rimetto a dormire.
Dormo ancora per tutta la notte, di tanto in tanto riappare un'infermiera per le solite operazioni: flebo, iniezioni, medicine.

La mattina mi sembra di stare un po' meglio, mi portano un tè e per un paio d'ore mi staccano le flebo. Mi sento ancora debolissima, ma provo a fare qualche passo per vedere dove sono. C'è poco, il reparto è piccolo: ci sono donne, mamme e bambini.
Torno in camera, comincio ad annoiarmi e mi mancano spazzolino, dentifricio, saponetta e un cambio di vestiti. Sono ancora con i calzoncini e la maglietta troppo larga indossati il giorno prima in fretta. Non ho neppure il reggiseno, perché facevo fatica a respirare e mi stringeva troppo.
Le gambe non mi fanno più male, la spalla invece ancora un po', dipende come la muovo. Lo stomaco sembra tranquillo.
Accendo la tv, ma ci sono solo canali turchi, salvo un paio: uno tedesco e l'altro inglese, ma manca l'audio e dopo un po' mi stufo di guardare le immagini.
Arriva il pranzo e appena sento il profumo della zuppa di funghi quasi mi commuovo! E di fianco c'è una grossa scodella piena di yogurt, che adoro. Spazzolo tutto e mi rimetto a letto, pensando, chissà se dimettono la domenica? Chissà se riesco a far capire a qualcuno che ho voglia di andarmene?
La pausa senza flebo è finita, me ne riattaccano un'altra, mi fanno ancora un paio di iniezioni, mi danno altre medicine e via.
Poi arriva il medico e chiama l'interprete per farmi dire che, se me la sento, posso andare a casa. Mi sento ancora molto debole, la pressione è salita un po' ma non è ancora decente, però la febbre è scesa e io mi annoio da morire, quindi accetto la proposta di dimissione.
Il dottore mi compila una prescrizione con i medicinali che devo andare avanti a prendere, io raccatto le mie poche cose (documenti e liquido per lenti a contatto) e affronto il viaggio di ritorno, che non ho idea di come compiere.

All'uscita fatico a intendermi con la gentilissima ragazza dietro al bancone: vuole che paghi il ricovero e le cure, ma non ho soldi con me e pensavo che avrebbero girato la fattura direttamente all'assicurazione.
Cerco di chiamare M al villaggio, ma non riesco a mettermi in comunicazione con lui. Per una combinazione fortunata, cinque minuti dopo è lui a chiamare l'ospedale per parlare con me, così mi spiega come fare a tornare al villaggio: non sembra un percorso agevole, e infatti per due volte mi suggerisce il taxi.
Ancora non capisco cosa devo fare per il conto: vogliono che qualcuno venga a prendermi con i soldi? O vogliono che io vada a prenderli e poi ritorni? In entrambi i casi l'impresa mi appare monumentale, sono davanti a questo bancone da quasi un'ora, non ho capito cosa fare e sto ricominciando a sentirmi debole.
Da fuori entra un caldo insopportabile. Entra anche una giovane donna, la pelle ambrata, i capelli scuri legati in una grossa treccia sotto al cappellino della divisa di guardia. Ha occhi scuri e buoni. Parla qualche parola di tedesco e, grazie a lei, riesco finalmente a districarmi e capire cosa fare: un autista dell'ospedale mi accompagnerà al villaggio con un lettore di carte di credito, e potrò pagare lì, senza tornare indietro.
Mentre la ragazza dietro al bancone richiama il numero del villaggio perché io possa comunicare a M il mio destino, la guardia mi confida di aver studiato un po' di tedesco a scuola, anche se ormai non se lo ricorda molto bene, e quasi si scusa perché invece l'inglese proprio non lo parla. Le sorrido e confesso che in fondo io non parlo il turco, la sua lingua e la lingua del posto in cui sono venuta in vacanza. Mi osserva con uno sguardo gentile e sorpreso. Niente turco? Neanche una parola? Mi vergogno ad ammettere che è così, e allora lei me ne regala una. Mi dice, Tamam. Tamam?, ripeto. Annuisce: Tamam. Ma cosa vuol dire? Vuol dire okay, va tutto bene.  
Tamam? mi chiede ancora con gentilezza. Tamam, rispondo sorridendo. Poi sparisce, torna fuori a fare i suoi giri di guardia, e non la vedo più.
Penserò a lei solo nei giorni seguenti, ai suoi occhi gentili e rassicuranti in un momento in cui mi sentivo persa. Mi spiace non aver avuto la prontezza di spirito per ringraziarla per il suo aiuto, per le sue parole, per la sua gentilezza.

Sono tornata al villaggio, ho pagato il conto dell'ospedale e ho passato i giorni seguenti a dormire, mangiare riso e yogurt e stare a mollo nell'acqua quando il caldo si faceva troppo insopportabile. Per qualche giorno ancora non sono riuscita a muovere la spalla abbastanza da nuotare, quindi facevo coppia con una signora anziana e rugosa con problemi alle anche, che si sedeva a bordo piscina dall'altra parte rispetto a me.
Entro la settimana ho finito di prendere le medicine, ormai il mio stomaco sta bene, non ci sono strascichi, e l'unica cosa che davvero mi rimane di quell'esperienza è: Tamam.

lunedì 15 giugno 2015

Prejudices are most difficult to eradicate from the heart whose soil has never been loosened or fertilised by education. [Charlotte Brontë]

 
Cioè.
Ma davvero ci sono quelli che si indignano perché al gay pride erano presenti bambini e ragazzini agghindati con la bandiera arcobaleno e i capelli colorati?
E davvero giustificano la propria indignazione sollevando cori di  è immorale imporre queste cose ai bambini, che non sono liberi di scegliere?
E davvero queste stesse persone battezzano i propri neonati, e scatenano battaglie astiose nei confronti di chi vorrebbe inserire i valori di uguaglianza tra i sessi e non discriminazione nel programma educativo dei suddetti bambini?
E davvero sono sempre queste le persone che sbraitano di venire discriminate quando non viene loro apertmente concesso di insultare e demonizzare chi è diverso da loro?

C'è quindi da pensare che, sempre costoro, vogliano sentirsi liberi, a casa propria e fuori, di inculcare ai bambini altri concetti, quando loro ancora non sono liberi di scegliere.
Per queste persone è quindi sbagliato insegnare ai bambini a rispettare gli altri esseri umani indipendentemente dal loro sesso e dalle loro preferenze nella scelta di un partner, ma è giusto insegnare loro che le femmine devono fare le femmine e i maschi devono fare i maschi, e che quelli che amano una persona dello stesso sesso sbagliano e non hanno diritto di fare parte della società.

Coerenza, questa sconosciuta. Umanità... meglio andare a cercarla su un altro pianeta.

venerdì 12 giugno 2015

I am meaning. [Bernard Beckett]



I am not a machine. For what can a machine know of the smell of wet grass in the morning, or the sound of a crying baby? I am the feeling of the warm sun against my skin; I am the sensation of a cool wave breaking over me. I am the places I have never seen, yet imagine when my eyes are closed. I am the taste of another's breath, the color of her hair.

You mock me for the shortness of my life span, but it is this very fear of dying that breaths life into me. I am the thinker who thinks of thought. I am curiosity, I am reason, I am love, and I am hatred. I am indifference. I am the son of my father, who in turn was a father's son. I am the reason my mother laughed and the reason my mother cried. I am wonder and I am wondrous. Yes, the world may push your buttons as it passes through your circuitry. But the world does not pass through me. It lingers. I am in it and it is in me. I am the means by which the universe has come to know itself. I am the thing that no machine can ever make. I am meaning.

[from: Genesis, by Bernard Beckett]

venerdì 5 giugno 2015

Women who seek to be equal with men lack ambition. [Marilyn Monroe]

 
In quest'ultimo periodo si fa un gran parlare del "gender", parola che genera un sacco di paure e che ormai fa spavento anche a me a causa di tutto quel che le persone impaurite sono state in grado di imputare alla parola.

Mi domando perché l'idea che un individuo scelga liberamente in che modo comportarsi generi paura o ribrezzo.
Mi domando quale tipo di persona venga effettivamente sconvolta dal pensiero che esistano esseri umani che vogliono vivere la propria vita fuori dagli schemi prestabiliti.

Si dice che le regole sono state fatte per servire le persone e non il contrario.
Ammettiamo pure che gli schemi siano stati creati per aiutare le persone a orientarsi: gli abiti e le mode maschili e femminili mi aiutano a riconoscere di che sesso è la persona che mi trovo davanti, così da poter capire se posso usarla per la riproduzione della specie o no.

...

Eh?

Non so: così a bruciapelo ho l'impressione che a essere confuse siano le persone che si scagliano contro l'idea di libera interpretazione della propria natura.
Cioè: ma veramente hai bisogno che un essere umano con attributi fisici di sesso femminile si vesta e si comporti secondo modelli che tu consideri "da femmina" (e viceversa che un essere umano con attributi fisici di sesso maschile si vesta si comporti secondo modelli che tu consideri "maschili") perché altrimenti non ci si capisce più niente e il mondo va a rotoli?

Hai bisogno di essere sicuro se davanti a te hai un maschio o una femmina ... esattamente perché?

Forse perché nel tuo personale database sono custoditi importanti stereotipi a cui fare riferimento per decidere come comportarti? Tipo, non so, facciamo l'ipotesi che una donna riconosca di avere di fronte a sè un maschio durante un colloquio di lavoro. Magari non è molto preparata per la posizione, però sa che nella mente di un maschio ci sono solo tette, quindi pensa bene di aprire un po' la camicetta e rivolgergli sorrisi ammiccanti. Quando poi il responsabile del personale la giudica in base alle sue capacità e non in base alle sue tette, lei se la prenderà a male e penserà che è gay. E magari lo è, ma come si permette di nascondersi dietro un corpo e degli abiti da uomo?!

Io quasi quasi pensavo che  con millenni di evoluzione alle spalle potessimo finalmente essere in grado di riconoscere che siamo tutti persone, che siamo tutti diversi e che abbiamo il diritto di odiare le scarpe anche se siamo nate femmine, o di amarle anche se siamo nati maschi. Penso che sia solo pigrizia da parte di molti, e malafede da parte di altri, il fatto di voler per forza convincere il mondo che sia giusto adottare marcatori e separazioni nette.
Per fortuna ho anche l'impressione che certe idee, a forza di ripeterle, si stiano consumando ("questo è un lavoro da uomo!" ; "le donne hanno un istinto naturale con i bambini" ; "solo una coppia con un babbo e una mamma può allevare i figli in maniera sana!") ma temo ci vorrà ancora un po' di tempo, perché la tendenza al livellamento verso il gradino più basso della scala evolutiva porta questi cambiamenti a essere particolarmente faticosi.

Poi ci sono quelli che superano la fase primordiale e affrontano il tema sociale: Accettare certi cambiamenti, in una società organizzata e basata su determinate premesse, significa sconvolgere un'intera civiltà, e chi può prevedere le conseguenze?

... E quindi?

Certo, ci sono state serie conseguenze per i padroni delle piantagioni di cotone in cui lavoravano centinaia di schiavi neri, una volta che la schiavitù è stata abolita, i bambini di colore hanno iniziato ad andare a scuola e, una volta cresciuti, a sposarsi con i bianchi.
Ci sono state conseguenze quando le donne hanno ottenuto il diritto al voto, il diritto alla proprietà di beni, il diritto a chiedere e ottenere il divorzio.
Ci sono state conseguenze anche quando sono state introdotte le macchine per svolgere certi lavori che prima spettavano a esseri umani. O quando, per dire, hanno inventato gli antibiotici.
Ci sono conseguenze pressoché per ogni decisione, per ogni cambiamento che viene introdotto.
Vogliamo evitare i cambiamenti perché ci fanno paura? Perché non sappiamo prevedere le ripercussioni sulla società a distanza di anni? Immagino che a queste persone farebbe piacere vivere in un mondo dove nessuno ha introdotto la ruota perché vai a sapere in futuro che razza di conseguenze potrebbero abbattersi sulla nostra società. O forse no, non gli farebbe piacere. Chissà, magari si sono solo dimenticati di applicare un po' più di cervello alla questione.

Un'ultima osservazione riguarda le persone convinte che le differenze tra maschi e femmine siano indispensabili per definire la propria e l'altrui identità.
Si va dalle più cretine, tipo "senza i tacchi, il trucco e la scollatura non mi sento una vera donna!", alle più subdole  come "non vorrei mai rinunciare alle mestruazioni, perché sono il segno che sono una donna!". Bravissima. Quando entri in menopausa quindi diventi un uomo? O perdi la tua identità? O non sai più chi o cosa sei? Non so, spiegamelo.
Dico che sono più subdole le affermazioni che si riferiscono a elementi appartenenti esclusivamente a uno dei due sessi biologici, perché a una prima occhiata sono inoppugnabili: ai tacchi e al trucco si può obiettare che esistono donne a cui non interessano, nonché uomini a cui invece sì, ma davanti alle mestruazioni cosa ribatti?
Non so, a me fanno venire un po' i nervi queste esternazioni. Mi fa effettivamente pensare che alcune persone stiano grattando il fondo degli argomenti "pro differenze tra i sessi".
Ha fatto scalpore la vicenda della foto ritirata da Instagram (vedi qui ) che rappresentava una ragazza a cui sono venute le mestruazioni quando era a letto e quindi si è sporcata di sangue. Levate di scudi contro la rimozione dell'immagine, scuse ufficiali, articoli di giornale... perché? Perché è un momento importante della vita di ogni donna, perché è indice di femminilità, perché è una cosa normale di cui non vergognarsi, eccetera. Tutti d'accordo, vero? Ma certo! Aspetto con ansia gallerie di immagini fotografiche di gente impegnata a fare la cacca, che è un momento importante nella vita di ogni persona, indice della loro fisicità nonché una cosa normale di cui non vergognarsi.

Ragazze: se sentite nel profondo di avere bisogno di segnali più o meno evidenti (dalle mestruazioni mensili, alle scarpe con il tacco, al trucco...) per riuscire a sentirvi donne, secondo me la vostra sessualità è più confusa di quella di un gay o di una lesbica.

Naturalmente stesso discorso per gli uomini che hanno bisogno di esternazioni "tipicamente maschilli" per affermare la propria virilità: tranquilli, nessuno si farà venire il dubbio che siate davvero maschi. Maschi stupidi, va beh, ma certamente maschi. Tranquilli.





sabato 30 maggio 2015

Luck is the residue of design. [John Milton]

 
L: E quando me la prepari, la crostata al cioccolato? 

M: E a me la torta di mele?

C: Un attimo! Oggi devo già preparare la torta ai semi di papavero, e poi M. mi hai chiesto di comprarti la panna perché ti vuoi fare una dose di panna cotta... Prima o poi vi preparo tutto, una cosa alla volta! 

L: Evviva! Prima la mia crostata, però. 

M: Non sono d'accordo: prima ci dovrebbe essere la mia torta di mele, l'ho chiesta per primo.

L: Va beh, ma io non sono stato bene e lei ha promesso di prepararmi la crostata al cioccolato quando sto meglio.

M: Però- 

C: Stop! Sia ben chiara una cosa: Non faccio nessuna torta se mi fate arrabbiare. 

L: ... 

M: Siamo fregati. 

martedì 12 maggio 2015

You'll hear my voice [Blackmore's Night]


Negli ultimi giorni sono entrata in fissa con una canzone, sentita per caso trasmessa alla radio.
La trovo una canzone talmente bella, dolce, triste ma di quella tristezza che ha un senso grande dietro, che mi viene da piangere ogni volta che la sento. Non mi viene però un pianto di tristezza, bensì quel pianto dato da un sovraccarico di emozioni, nostalgia, ricordi, forse, che si deve sfogare e non sa come.

Cercare di riconoscere e definire le mie emozioni è una cosa che cerco di fare sempre, è un baco di progettazione consolidato dal motto di vita trasmessomi da papà, osserva la forma dell'utensile, frase che, detta nel corso della riparazione di una bicicletta per insegnarmi come utilizzare non so più neanche quale attrezzo, ha assunto per me negli anni significati variopinti, elastici e adatti a ogni situazione della vita quotidiana, dalla più idiota alla più importante. Identificare la forma dell'utensile, di qualsiasi cosa si tratti, materiale o astratta, è il primo passo per imparare a usarlo, o gestirlo - utensile, situazione, emozione, eccetera.
In ogni caso, tante parole per dire semplicemente che questa canzone ha suscitato in me riflessioni e pensieri sul tema dell'amore.
A seguito di esperienze e conversazioni con tante persone diverse ho capito e imparato che l'amore è un concetto che non è uguale per tutti, né per quanto riguarda la forma e l'espressione, né per quanto riguarda l'importanza. Questo significa che le riflessioni che sono nate in me sono del tutto personali, e si suddividono in tre "capitoli", di cui questa canzone è il terzo e ultimo.
Poter avere nella vita un amore che permetta di dire o sentirsi dire parole così! E non mi sto riferendo solamente/necessariamente all'amore inteso in senso romantico, ma all'Amore in senso ampio, come può essere, certo, quello tra due amanti, ma anche quello tra un genitore e un figlio, tra fratelli, sorelle, amici e amiche. Una persona, almeno una persona con cui aver condiviso un legame così profondo e totale, da potersi esprimere così:


Don't shed a tear for me I stand alone 
This path of destiny Is all my own 
Once in the hands of fate There is no choice 
An echo on the wind You'll hear my voice. 

Non versare lacrime per me Sono da solo 
Questa strada del destino È solo per me 
Una volta che ci si trova nelle mani del fato Non si ha più scelta 
Un eco nel vento Sentirai la mia voce. 

Some choose to fall behind Some choose to lead 
Some choose a golden path Laden with greed 
But it's the noble heart That makes you strong 
And in that heart, I'm with you all along. 

Alcuni sceglono di seguire Altri di dirigere 
Alcuni scelgono una strada dorata Lastricata di avidità 
Ma è il cuore nobile Che ti rende forte 
Ed è in quel cuore che io sono sempre con te. 

The olde village lanterne Is calling me onward 
Leading wherever I roam 
The olde village lanterne A light in the dark 
Bringing me closer to home. 

La lanterna del vecchio villaggio Mi sta chiamando 
Mi guida ovunque vada 
La lanterna del vecchio villaggio È una luce nell'oscurità 
E mi porta sempre più vicino a casa. 

So when you think of me Do so with pride 
Honor and bravery Ruled by my side 
And in your memory I will remain 
I will forever be within the flame.

E quando pensi a me Fallo con orgoglio 
L'onore e il coraggio Mi sono sempre stati accanto 
E nei tuoi ricordi Rimarrò 
Sempre dentro la fiamma.

Now at the journey's end We've traveled far 
And all we have to show Are battle scars 
But in the love we shared We will transcend 
And in that love, our journey never ends.

E ora alla fine del viaggio Siamo arrivati lontano 
E tutto quello che ci resta Sono ferite di guerra 
Ma nell'amore che abbiamo condiviso Trascenderemo 
E in quell'amore il nostro viaggio non finirà mai. 

venerdì 24 aprile 2015

Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. Ci ho messo una vita a farmele. [Anna Magnani]

 
Cr: E niente, pensavo che, alla mia età, forse è il caso di cominciare a pensare alle rughe. 

Ch: Età? Rughe? Ma io ho un anno in più di te, se devi cominciare a pensarci tu, direi che devo cominciare a pensarci anch'io! 

Cr: Benissimo, pensiamoci insieme!

Ch: Per me va bene... Ma come si fa a pensare alle rughe? 

Cr: Uhm, vediamo. Ecco: pensa alle rughe... ci stai pensando?

Ch: ... Sì ...

Cr: Anch'io! Fatto! Visto? Non era difficile.